Attività proposte dagli Enti di Promozione Sportiva

per la Fanciullezza ed i Diversamente Abili

Relatrice dott.ssa Valentina FACHIN - Laureata in Psicologia

Responsabile del Centro Educativo Mitja Cuc

 

C.O.N.I. Provinciale Trieste, 18/11/2005

 

Per intenderci meglio vorrei partire da una definizione di cosa significa o meglio cosa si nasconde secondo me dietro a questa grande scatola che continuiamo a chiamare sport. Perché dire sport è troppo facile e generalizzante. E ogni suo lato, intrinsecamente connesso con gli altri, è indispensabile e necessario perché il concetto di sport regga.

 

Prima di tutto nello sport si sviluppa l’abilità fisica. Questo tipo di abilità è estremamente importante per tutti sia per i normo-dotati che per i ragazzi diversamente abili. Si sviluppa di solito nei piccolissimi attraverso il gioco e la sperimentazione dell’affinamento dei propri poteri fisici. A tutti i ragazzi viene concesso questo. E lo fanno in modo spontaneo dai primi passi fino a quando non si sentono sicuri. Per chi segue i ragazzi diversamente abili questo lato è diventato importante solo negli ultimi anni. Infatti ci si è resi conto che questi ragazzi devono essere seguiti oltre che psicologicamente o intellettualmente ma anche fisicamente. Lo sviluppo fisico lento e la loro insicurezza non gli permette infatti sempre di farlo da soli. Allora si è pensato di promuovere la piscomotricità nei giovanissimi e la fisioterapia nei grandicelli. Queste due terapie hanno però l’handicap di essere svolte quasi sempre in un rapporto 1:1 con il terapista e di essere presenti nella programmazione settimanale dei ragazzi diversamente abili al massimo 2 volte alla settimana per ¾ d’ora. Assolutamente troppo poco perché qualcuno si sviluppi nel modo più corretto possibile. Nelle scuole poi le maestre non sono preparate ad affrontare un’ora di ginnastica con i nostri ragazzi. Questa è il primo momento di isolamento istituzionale.

 

Dallo sviluppo dell’abilità fisica passiamo poi all’attività atletica, dove da una buona conoscenza del nostro corpo si passa ad un ottimo controllo di questo. L’attività atletica ha bisogno di molto tempo per poter affinare la nostra precisione e sensibilità di controllo. Se per i ragazzi senza problemi questo momento è svolto nelle varie associazioni e con molta pazienza e costanza da parte dei genitori, per i diversamente abili non è così. Prima di tutto i genitori cominciano ad orientarsi più verso l’aiuto psicologico e soprattutto intellettuale. Per assurdo diventa più importante saper fare di calcolo che sedersi correttamente e portare bene il cucchiaio alla bocca. Nello sviluppo del ragazzino incomincia poi a farsi sempre più grande la differenza di sviluppo nell’abilità fine motoria e di lentezza di riflessi. Pochissime associazioni poi hanno persone preparate a riguardo. Anzi i migliori preparatori diventano allenatori e passano nelle fasi successive, mentre sarebbe importante per tutti che siano presenti in questo momento di crescita.

 

Spostandoci poi su un altro versante dei lati che lo sport ha, che va di pari passo con i primi due, ci troviamo nella socializzazione. Ogni qualvolta faccio qualcosa con qualcuno socializzo. E questa è un’abilità estremamente importante per poter sviluppare una personalità sana. Tutti i ragazzi imparano attraverso questo lato dello sport a stare con gli altri, a capire che spesso insieme è meglio che soli, che ho bisogno degli altri per raggiungere determinati obbiettivi.

Non dimentichiamo che proprio l’abilità socializzante dello sport può diventare uno strumento educativo molto forte per l’apprendimento regole. E non discuterò qui l’importanza delle regole. Ma abbiamo gia visto che i nostri ragazzi diversamente abili sono esclusi da questo tipo di attività. Troppo pochì preparatori hanno la pazienza di invitare un ragazzo che sta a bordo campo ad inserirsi in una situazione di squadra. Ovvero se lo fanno tendono ad accentuare le differenza tra i ragazzi mettendoli in condizioni identiche ai compagni normo-dotati. Questo spesso crea delusione e rabbia per chi fino ad ora è riuscito a stare al passo. Poche volte ho visto cercare di valorizzare quelle abilità dei nostri ragazzi per le quali sono diversamente abili e fare in modo che diventino utili alla squadra e non un peso. Perché, a guardarci bene, tutti possiamo esserlo!

 

Unendo tutte le cose che abbiamo detto ci proiettiamo verso l’abilità sportiva in senso proprio, che è una di quelle abilità che, secondo me, fà grande una persona. Una buona conoscenza del proprio copro, la conoscenza delle regole e il rispetto di queste, il rispetto degli altri sono fondamentali per essere qualcuno. E per i ragazzi diversamente abili diventa ancora più fondamentale sapere quanto sia importante partecipare al meglio delle forze e delle abilità in loro possesso. Quando in maggio con l’associazione Mitja Cuk abbiamo portato quattro discipline delle Olimpiadi Speciale Slovene a Trieste e un giovane adulto diversamente abile ha letto il motto olimpionico, una sala piena di persone ha trattenuto il respiro. "Che vinca! E se non posso vincere che possa coraggiosamente provare." Questo è diventato il nostro motto. La frase che riassume tutto. Ma per i diversamente abili questa frase a livello sportivo può essere detta solo in ambienti sportivi super protetti e assolutamente isolati dagli altri. Vorrei tanto vedere una partita di uno sport qualsiasi fatta con una squadra mista di persone normalmente e diversamente abili.

 

A coronare il tutto poi c’è l’abilità agonistica. Dovrebbe essere l’obbiettivo finale di qualsiasi attività sportiva. Invece si insinua da subito. Dalla più tenera età. Ho visto ragazzi saper fare paletti ma non saper sciare. Ho visto bimbi di 6 anni che ancora non sanno correre correttamente avere già un ruolo di portiere ben definito. Ho visto sfruttare l’elasticità di una bambina per vincere una gara di ginnastica artistica e l’ho vista piangere perché la sua spaccata non era perfetta e quindi non ha vinto. A 8 anni.

Non voglio sembrarvi distruttiva nei confronti dell’agonismo, anche perché, chi mi conosce, sa benissimo che io stessa sono un’agonista nata. Potersi confrontare con gli altri è bellissimo. Ma perdere contro gli altri deve diventare un momento di riflessione e di futura crescita. Saper riconoscere la superiorità dell’avversario è una dote. Ma quando perdere provoca stress e logora e ti porta a non poter più godere di una buona prestazione sportiva, non va bene. E tanto meno nei ragazzi più giovani. Nello sport non specializzato per i diversamente abili, che c’è ne comunque troppo poco, non c’e spazio per i nostri ragazzi. Nessuno in un’associazione sportiva comune, passatemi il termine, non mette in squadra un diversamente abile. Non è funzionale alla vittoria.

 

E’ assolutamente vero che tendenzialmente un diversamente abile non può competere con un normo-dotato ed è assolutamente giusto che ci si confronti tra abilità simili. Quindi per quel che riguarda l’abilità agonistica per i diversamente abili dovrebbero sorgere sezioni o associazioni specializzate con preparatori e allenatori preparati. In questo momento si fa poco in questo senso e chi lo fa, lo fa di propria iniziativa racimolando formazione un po’ dove capita.

 

Lo sport non agonistico invece, che è gia presente sul territorio, dovrebbe essere molto più valorizzato. Dovrebbe diventare parte della nostra cultura. Ma sono necessari corsi di formazione specifica sia a livello fisico-preparatorio sia a livello psicologico. Infatti saper condurre un gruppo composto da soggetti con valori e soprattutto bisogni diversi non è facile e necessita di molto training.

 

Un altro punto che mi sembra importante sottolineare è la collaborazione con le scuole. I progetti attualmente attivi hanno lo scopo di promuovere una determinata attività sportiva e per questo vanno supportati. Nasce però il problema nell’attività agonistica dove i diversamente abili non possono partecipare. Si sa che i nostri ragazzi sono sparsi nelle varie scuole e che i pochi centri che lavorano in questo ambito, lavorano soprattutto di mattina. Per inserire i ragazzini nei vari programmi presenti sul territorio bisognerebbe allenarsi molto più tardi nel pomeriggio. Per farlo di mattina si deve infatti avere le autorizzazioni di troppe persone perché questo accada. Succede così che nel frattempo i ragazzi diventano giovani adulti e devono entrare nei vari centri per potersi confrontare con altri nelle loro stesse possibilità. E spesso è troppo tardi per sviluppare qualcosa e perciò si lavora prevalentemente per mantenimento delle abilità in possesso.

 

Mi auguro quindi che durante questo convegno cominci soprattutto a formarsi una rete di persone e associazioni che vogliono lavorare in questo senso, che si inizi a parlare di formazione anche per lo sport delle persone diversamente abili. E mi auguro che si ricominci a divulgare e promuovere quella vera e sana cultura sportiva dove l’importante è partecipare.