Benessere Psico-fisico ed Efficienza sportiva

Rolando de Incontrera

Presidente regionale dell’associazione Psicologi per i popoli

Chinesiologo del Dipartimento della Protezione Civile

Trattato a cura del CONI - Scuola Regionale dello Sport FVG

 

Per definire il primo termine mi giunge spontaneo collegarlo alla definizione di 

salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e cioè come la risultante di un adattamento

reattivo e positivo all’ambiente inteso, questo, sia come “ambiente esterno”

sia come “ambiente interno”.

Tale definizione può essere ugualmente applicata al benessere psicofisico quale

manifestazione di una buona omeostasi (equilibrio) del nostro organismo e cioè un

adattamento positivo e reattivo sia verso l’esterno che verso il nostro interno.

La salute è la risultante di un corretto rapporto tra la nostra struttura (dotata di

complessi meccanismi di funzionamento), la componente biochimica (che attraverso

il sistema nervoso e quello endocrino ne regola e integra le funzioni) e la psiche (che

mette l’individuo in relazione col mondo esterno e con il suo stesso interno).

 

 

 

Questi tre aspetti non sono fissi, separati l’uno dall’altro, ma dinamici, interagenti.

Infatti non esiste mai qualcosa che sia esclusivamente biochimico o strutturale o

psichico; c’è sempre un’interferenza su tutti i piani.

I meridiani sono l’interfaccia di questi piani (aspetti). Ad esempio il sistema elettromagnetico

è un’interfaccia fra il piano strutturale, biochimico ed emotivo.

Il benessere e quindi la salute vanno colti in una concezione olistica in cui l’uomo

è colto con la sua umanità e quale parte integrante dell’universo; quindi non più sulla

corta di una interpretazione meccanicistica per cui le manifestazioni vitali vengono

interpretate unicamente sulla scorta delle interrelazioni e delle interdipendenze funzionali

tra i vari organi che compongono l’organismo.

L’uomo, tale per dignità e non per definizione, è molto di più della somma delle

singole parti.

L’uomo non più come corpo e psiche separati, ma un unicum immerso nel mondo

circostante nei confronti del quale attiva meccanismi di collaborazione e di contrapposizione

che lo fanno mantenere in uno stato di equilibrio con l’ambiente e con sé

stesso.

Ne consegue che la malattia va intesa, diversamente dall’approccio tradizionale,

non come qualcosa a sé stante, ma come espressione di un disagio più profondo,

come espressione manifesta dello stesso. Disagio la cui eziologia va indagata.

Orbene se si accetta il concetto di omeostasi e conseguentemente che “vita” significa

raggiungere o mantenere questo equilibrio, è ora il caso di introdurre nel discoso

il concetto di stress adottato per la prima volta da Hans Seyle, che lo ha definito

come la risposta aspecifica da parte del corpo a qualunque variazione del suo

livello omeostatico cioè del mantenimento dello status quo.

Lo stimolo che induce la risposta di stress è chiamato stressor. Lo stress non ha

mai una valenza negativa o positiva in assoluto. Esso dipende dallo stato emotivo,

dall’ambiente (sia fisico sia antropico) e da altri fattori. Ad esempio: “tutti i farmaci

sono veleni e la loro caratteristica è di essere attivi”. Qualunque cosa turbi il nostro

stato è uno stressor.

Questo provoca uno stimolo, che è recepito dal sistema nervoso, ed il corpo reagisce

(stress) in modo da adattarsi e reagire ad esso.

Desidero fornire ora alcune informazioni sulla Kinesiologia Applicata.

La K.A. è un approccio diagnostico-terapeutico interdisciplinare, che permette di

verificare e curare gli squilibri del corpo a livello strutturale, biochimico e mentale,

tramite l’analisi della risposta muscolare, mediata da uno stimolo appropriato.

La K.A. si caratterizza per usare, accanto a metodi di diagnosi standard, l’analisi

della postura e dell’andatura, il campo di movimento, la palpazione statica e dinamica,

etc.

Uno degli strumenti diagnostici principali usato dal kinesiologo è il test muscolare.

In kinesiologia esso non si limita a misurare la forza dei muscoli, indeboliti da un

danno al tessuto nervoso, e non è neppure un modo di classificarli.

È piuttosto una valutazione dinamica della capacità del complesso neuro muscolare

di funzionare normalmente.

Infatti, il test muscolare in K.A. valuta la capacità del complesso neuro muscolare

di adattare il muscolo in modo da compensare i cambiamenti di pressione della

mano dell’operatore, che effettua il test.

 

 

Tappe messe in gioco dal test kinesiologico. A destra del soggetto : l’appoggio digitale sulla pelle ricoprente

un muscolo normale comporta una reazione energo-positiva (E+) dei muscoli-testimoni. Altrimenti, la pressione

cutanea su un muscolo disfunzionalmente raccorciato, comporta una reazione energo-negativa (E-) a

livello del braccio (deltoide) o della gamba (tensore della fascia lata), qui in nero. Questa reazione mette in

gioco la sostanza P (SP), la colecistochinina (CCK8), la meta-encefalina e il potenziale di membrana neuronale

(secondo Nahmani).

Tratto da: Louis Nahamani, Kinesiologia-Teoria e Pratica, Edizioni Comedent 1991: modificato.

Per poter eseguire correttamente il test muscolare è necessario comprendere l’azione

del muscolo, che viene testato ed il ruolo dei muscoli sinergici ed antagonisti,

ed è anche necessario sapere riconoscere le sottili differenze che intercorrono nella

coordinazione muscolare da soggetto a soggetto, per cui l’esecuzione del test è scienza

ed arte insieme.

Quando siamo sotto stress il nostro cervello (o meglio l’area integrata comune

[ C.I.A.]) che è suddiviso in aree specifiche addette a compiti specifici, devascolarizza

la neo corteccia spostando il sangue verso i distretti principali come i muscoli,

cuore, reni, ecc.

 

 

Il sangue viene tolto dall’epidermide perché dobbiamo reagire ad una situazione

di stress.

Sono le strutture più profonde come l’archiencefalo ed il paleoencefalo che determinano

la sopravvivenza in quanto controllano i parametri vitali.

Ritornando alla triade della salute in precedenza accennata, si desidera evidenziare

che tale triangolo della salute compendia con i suoi tre lati (strutturale, biochimico,

psichico) gli aspetti fondamentali ai quali è necessario prestare attenzione,

se si vuole curare compiutamente e non parzialmente e quindi in modo ulteriormente

squilibrante.

Il triangolo è equilatero, e ciò significa che i tre aspetti sono egualmente importanti.

I tre lati sono collegati, e quindi i tre aspetti non possono essere considerati separatamente.

Chi si occupa di uno dei lati, deve sapere che cosa accade negli altri due.

Il fondatore della Kinesiologia, George Goodhearth scoperse che si può incidere

positivamente sui meccanismi regolatori del nostro organismo attraverso le seguenti

componenti:

i nervi (N), i vasi linfatici (VL), i vasi sanguigni (VS), il liquido celebro-spinale

(LCS) che fuoriesce attraverso gli spazi perineruali verso i capillari linfatici, la connessione

con i sistemi di meridiani dell’agopuntura (CMA).

CONCLUSIONI

Con la Kinesiologia Applicata, testando muscoli o gruppi muscolari specifici,

possiamo controllare l’efficienza di organi o apparati corrispondenti in quanto ad

essi collegati.

Nel caso in cui certi settori risultassero ipotonici o ipertonici, con un approfondimento

di indagine, possiamo individuare se la causa dell’alterazione sia da attribuire

alla sfera psichica, strutturale o chimica.

A questo punto sarà lo specialista ( medico, psicologo, osteopata, ortopedico,

insegnante di educazione fisica, dietologo, odontoiatra, fisiatra,ecc.) a trovate gli

accorgimenti più opportuni per la soluzione del caso ( benessere psicofisico del

soggetto) avvalendosi non solo della K.A. ma di tutte le metodiche e tecniche a sua

disposizione.

La K.A. va intesa come strumento di rilevamento da usare con regolarità in

modo da individuare per tempo eventuali “ elementi di disturbo “ che, specie in

atleti di alto interesse, potrebbero significare, che l’atleta non epleta al meglio le

proprie capacità, essendo la prestazione sportiva il risultato di tutto l’organismo e

quindi espressione del benessere psicofisico goduto in quel momento da quel particolare

atleta.